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Autore: MR
18 marzo 2010

Voglio farti una domanda.
Sono trascorsi quasi due anni dal tuo incidente
e quasi un anno e mezzo dalla tua scomparsa.
Sono quasi due anni che piango quasi tutti i giorni.
Come ho già scritto altre volte, continuo a sopravvivere,
ma anche a trascinarmi dietro questa zavorra
che sembra diventare ogni giorno più pesante.
Il mondo non si è fermato, purtroppo, quando ti sei addormentato.
Continua a girare, e gira storto!
Continuo sicuramente a commettere tanti errori
nella gestione della vita quotidiana!
E continuo a chiedermi, che continuo a fare?! Ma sono ancora qui.
Scendo, salgo, precipito. Lavoro, vivo, sopravvivo, sorrido.
Alcune volte non lo trovo neanche giusto, ridere sorridere,
mentre la tua foto, il tuo abito scuro con la cravatta rossa
contrastano con quel marmo bianco.
Ma il mio sorriso è una una smorfia del viso,
un’espressione passeggera come un soffio di vento.
Non pretendo di essere felice, non ho mai creduto nella felicità ed ora meno che mai.
Non voglio l’amore, perché quello con la A maiuscola l’ho conosciuto con te.
Non voglio ricchezza, quella non mi è mai interessata.
Ed ecco, Umberto, questa è la mia domanda:
Riuscirò mai più a sorridere con il cuore?
Riuscirò a trovare un po’ di pace, un po’ di serenità?
O dovrò continuare ad aspettare una notte finalmente serena e senza risveglio?

Penso a sere come questa, quando non mi viene dato di vivere (by Olaf Bull)
Maria Rosaria

17 giugno 2009

Da un mese volevo scrivere questo post, dal 15 maggio, anniversario dell’incidente, incredibile, che risultò fatale per l’indimenticabile amico Umberto. Ho preferito aspettare la fine della campagna elettorale, per motivi facilmente intuibili.

Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me.
Immanuel Kant, Critica della Ragion Pratica, 1788

19 ottobre 2008. Umberto ci aveva lasciato da poche ore. Marilisa si avvicinò e mi chiese: “Giuseppe quale frase potrebbe rappresentare bene la vita di Umberto?”. Per un momento, rimasi stordito dalla domanda. In quel luogo, in quel posto, in quel momento, quella domanda mi spiazzò completamente. “Fammi pensare un attimo”, risposi. Già solo dopo qualche secondo, iniziarono ad emergere dalla memoria le parole di Kant.

Trascorsero pochi minuti. Ci pensai bene. Si, “Il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me” erano le parole adatte. Le migliori che avessi potuto trovare. Ma non avevo dovuto fare alcuno sforzo: quelle parole erano affiorate alla mia memoria da sole, quasi per magia.

Eravamo a Sant’Angelo dei Lombardi (AV), all’ospedale, nel peggiore dei reparti. Quello da cui non si torna più.

Per qualche istante, dimenticai dove mi trovavo. La memoria corse velocissima all’estate 1995, ad un falò sulla spiaggia in costiera amalfitana. La spiaggia era piena di ragazzi e ragazze. Era illuminata a giorno dai falò. Si respirava un clima di festa e di spensieratezza assoluta. Le chitarre echeggiavano, insieme a cori di ragazze e a cantanti improvvisati. Si arrostivano salsicce, si cantava, si ballava, si mangiava, si beveva, in un crescendo contagioso di allegria.

Umberto, steso su un’asciugamano a contemplare un bellissimo cielo stellato, ad un certo punto mi chiese: “Giusè, te lo ricordi Kant?”. Certo che lo ricordavo. Delle magistrali lezioni del professore Giovanni Sasso al liceo, molto era rimasto. “Si, si, ricordo bene”, risposi.

E lui, senza esitazioni, con il suo tono ironico e con la consueta flemma, che contrastava con il clima di schiamazzi che imperava sulla spiaggia, a bruciapelo affermò che il cielo stellato c’era, ed il resto pure.

“Eh eh, il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me, o no?”, aggiunse. E sorrise. Ricordo come se fosse ieri.

La frase di Kant ci accompagnò altre volte, sempre in situazioni di assoluta allegria e goliardia. Due o tre volte all’anno, io, Umberto, Salvatore e Alfredo organizzavamo la “nostra” uscita, stile “Amici miei”, con goliardate assurde se ci penso adesso.

Erano le nostre serate. Serate sempre concluse con il nostro rituale storico, che non posso svelare qui, ma che ci ha accompagnato per quindici anni. Una delle ultime volte che organizzammo una “serata”, complice il cielo stellato, Umberto non potè fare a meno di ripensare e di pronunciare ancora una volta le parole di Kant.

Quando mi chiesero, nel buio di quel reparto di ospedale, quali parole rappresentassero meglio Umberto, non potevo avere dubbi.
Mi resta impresso, forte, il contrasto stridente tra la cupezza di quel reparto di ospedale e la gioia dei momenti in cui le parole di Kant furono pronunciate.
Mi resta il ricordo, indelebile, di chi sapeva cogliere gli aspetti più nascosti delle cose e ne sapeva apprezzare il valore.
Mi resta la certezza, assoluta, che Umberto avesse forte e stretta dentro di sè la legge morale.

Innata, forte ed inscalfibile.

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